venerdì 13 febbraio 2009

Arrivederci

Beh dai, direi che può bastare così.
Un sorriso ad ognuno di voi.

(Però su Appunti scrivo ancora!)

lunedì 19 gennaio 2009

I falloppiani

Il bello di facebook è che permette queste serate in cui rivedi gente che faceva parte del tuo mondo quando il tuo mondo era diverso da questo.
Il 5 gennaio ci siamo trovati a Castagnole di Paese (TV), dalla Milena. A parte il grande assente Glauco, c'erano tutti i compagnoni di Via Falloppio. L'ultima volta che ci siamo trovati tutti insieme io avevo 22 anni, non sapevo niente del mondo e Padova era ancora Padova e non questa cosa a forma di Padova in cui vado ogni tanto adesso.

Passo a prendere Seba a Martellago e poi ci avventuriamo per le stradine interne di campagna nella speranza di arrivare davvero a Castagnole, un posto personalmente mai sentito prima. Io avevo portato la mia bottiglia di vino, e Seba la sua:
- Sì cazzo! - gli dico. - È giusto, lo vedi che gli anni dell'università ci sono rimasti, ci hanno lasciato l'imprinting?
- Sarà una cena col botto, vedrai.
Prendiamo Via Canove e inizia il viaggio. Seba deve mandare un messaggio ad una tipa. Mi dice di avere assolutamente bisogno che io gli detti il messaggio parola-per-parola-virgole-comprese. Perché - dice - tutte le previsioni che ho fatto su loro due si sono avverate con una precisione imbarazzante e tutto quello che gli ho consigliato finora è stato di un'efficacia disarmante.
Gli detto la mia versione.
- Quando lo hai scritto leggimelo così lo limiamo, - dico.
- Ok Ippo. Certo Ippo. Come vuoi Ippo. Agli ordini Ippo. Sei tu il capo Ippo. Grazie Ippo.
- Riposo, Seba. È solo un messaggio, e io non sono Frate Indovino.
- ...
- ...
- ...
- ...
- L'ho mandato.
- Disgraziato!!! Se l'hai mandato senza prima leggermelo vuol dire che l'hai scritto di testa tua... e allora che mi chiedi di dettartelo a fare?!?
E lui, con l'aria da pulcino:
- Ho bisogno di qualcuno che mi stia dietro mentre lo faccio.
Non si trova un'altra persona come Seba, davvero. È l'unico della sua specie.

Arriviamo e noto con somma soddisfazione che ognuno ha portato la sua bottiglia di vino. È così che devono andare queste cose. Dovessimo trovarci tra vent'anni, o tra trenta, ognuno porterebbe la sua bottiglia. Questo dice già tutto ancora prima dei saluti e degli abbracci: significa che ha ancora senso dire noi.
Dopo qualche bicchiere, qualche stuzzichino e chi-più-ne-ha-più-ne-metta, arriva la cena a base di radicchio (dopotutto siamo nell'eldorado di questo divino alimento). Mangiamo, parliamo, ridiamo, e ad un tratto è finito il vino. Vabbe' non importa, apriamo il prosecco. Urca è finito anche il prosecco: vabbe' dai apriamo il rum venezuelano. Porca trota pure quello è finito (e ci credo, era spaziale): no problema, c'è la vodka.
Ora si sta bene.

Finisce la serata e usciamo. Massimo, il fratello della padrona di casa, ci dice:
- Ocio che per terra è ghiaccio. Mi raccomando ché vi ho visto che avete bevuto eh? Non state mica andare sbarare.
La sintassi non era esattamente il suo punto di forza, ma come dargli torto. E Reppa:
- Sbarare, sééé, 'notte, quando mai?
Sbarare (forse qualcuno non lo sa) significa andare a sbattere, fare un incidente, et sim.
Era (egoisticamente) importante che Reppa non sbarasse, perché doveva guidare me e Seba fino a Mogliano (da cui sapevamo la strada per tornare a casa). Bene, seguiamo Reppa. Il tempo di mettere la prima, la seconda, la terza, e Reppa sbara.
Sbara contro una macchina che fa un testacoda spettacolare. Noi dietro inchiodiamo. Quando tutte e due le macchine sono ferme, ci sono due secondi di assoluto silenzio alla fine dei quali Seba dice:
- Te lo dicevo io che era una cena col botto.
Vedete, avevo ragione: non si trova un altro come Seba.
Allora è come se il tempo riprende a scorrere. Scendiamo dalla macchina, vediamo che Reppa sta bene e quell'altro tizio sta bene. La sua macchina un po' meno, ma non è la cosa più importante in questo momento.
L'altro tizio ha l'aria ubriaca almeno quanto Reppa. I due si guardano, capiscono questo fatto fondamentale e ciò è bene perché preparano la constatazione amichevole in modo straordinariamente amichevole. Il tizio ci porta addirittura a casa sua. Nessuno si lamenta di niente, non si parla di chi ha sbagliato e chi no.
Il potere del senso di colpa, eh?

Per arrivare a Mogliano bastava seguire il fumo del radiatore di Reppa.


mercoledì 14 gennaio 2009

sabato 27 dicembre 2008

Amo gli uomini
e le loro piccole storie
come strade incrociate
in attesa di diventare città.

Amo gli uomini
e i loro piccoli sogni
posati sull'asfalto
in attesa della neve.

mercoledì 17 dicembre 2008

Soluzione

Nel sogno sono a Pescara. Busso alla porta della casa della donna che amo. Mi sono presentato lì a sua insaputa, perché aveva deciso di interrompere la sua relazione con me. Mi apre e mi fa subito entrare, ma del tutto indifferentemente, senza dire niente e senza espressioni in volto.
Io entro. In casa oltre a lei c'è sua sorella e c'è un ragazzo di cui non riesco a scorgere il viso, come se fosse sfocato. Non lo conosco ma ha qualcosa a che fare col passato. I tre si stendono in un letto matrimoniale, stretti però in una piazza sola. Io invece mi stendo sotto il letto, supino. Con le braccia tese tengo nelle mani un libro piuttosto grosso, ma è come se avessi le braccia troppo lunghe e non riuscissi a distinguere le parole.
La scena cambia improvvisamente. Lei - la donna che amo - mi abbraccia, mi stringe e mi dice:
- Fili, ti amo!
Il suo tono è quello della liberazione di un peso. Un peso si libera anche a me e una felicità sgorga dentro di me fino a riempirmi tutto. La sensazione è del tutto reale ed è talmente bella e insperata che mi sembra di sognare (e non so di stare sognando). Quando la pressione di questa felicità diventa insostenibile la scena cambia improvvisamente di nuovo.
Sono sempre a casa sua, steso su un divano. Mi sveglio come chi ha perso i sensi. Di fronte a me cammina avanti e indietro, con aria pensierosa e impaziente, un uomo di una certa età. Ha l'aria di un professore di psicologia. Ho la sensazione che non ci sia nessun altro ora in casa. Quando vede che mi sono svegliato mi sorride: ha nei tratti e nei modi un che di familiare, di già visto moltissimo tempo fa, e di molto rassicurante. Ha l'aria di uno che sta pensando: «Oh, adesso finalmente posso rivelarti la formula magica».
Tira fuori il libro che non riuscivo prima a leggere (che ha la copertina bianchissima), e mi legge una frase di tre righe (non so perché siano tre). Ora non mi ricordo la frase, ma ricordo che la trovavo estremamente significativa. Ma non la capisco.
- Lei non mi ha mai chiesto aiuto, - dico al tizio, riferendomi alla donna che amo. Lo dico con un tono del tipo «questa è un'anomalia, qui sta un problema fondamentale».
- È come far scoppiare un palloncino, - mi dice lui.
- Non vedo il nesso.
Allora lui parla solennemente e quasi recitando, facendomi capire che in quello che sta per dire c'è la chiave di tutto:
- Una grande produzione di energia, accompagnata all'impossibilità di scaricarla, genera angoscia.
Io improvvisamente capisco tutto (ma siccome non ricordo la frase che mi ha letto non so di preciso cos'ho capito). Allora dico:
- Ma certo! Se non puoi dare amore all'oggetto del tuo amore, non puoi trarne gratificazioni!
Lui mi sorride come a dire: «Noto con piacere che hai capito sul serio». E sparisce.
Allora esco di casa con una certa fretta, come se dovessi darmi fa fare, fare qualcosa di importante. Sono di corsa. Mi scivola il cellulare e cade per terra. Non smette mai di rotolare e io lo inseguo. Devo assolutamente riprenderlo. Mi accorgo che ora sono a Trieste, nella zona di Via Vergerio. Mentre inseguo il telefono cerco Via Piccardi per tornare a casa, ma non la trovo. Intanto il telefono continua a rotolare. Più rotola e più quella città smette di essere Trieste e diventa un misto tra Trieste e Venezia. Penso che ho una casa a Venezia e una a Trieste, quindi non posso tornare a casa in una città che è entrambe le città, perché dovrei andare contemporaneamente in due posti diversi. Però sono sicuro che tornerò, è solo questione di perdersi e ritrovarsi; mal che vada farò una strada lunga.
Il telefono si ferma sotto una macchina. Allungo un braccio per prenderlo ma non ci arrivo. In quel momento mi sveglio.

martedì 16 dicembre 2008

Vorrei fare del pane

Niente è così antico e così puro
come l'amore per la propria vita.

Vorrei con le mie mani far del pane
per dare da mangiare alle mie mani.

Niente è così antico e così puro
come il dolore per un abbandono.

Vorrei con le mie mani far del pane
per dare da mangiare al tuo santo ventre.


Niente è così antico e così puro
come il bisogno di essere amati.

Vorrei con le mie mani far del pane
per dare da mangiare ai nostri bimbi.

lunedì 15 dicembre 2008

Starò invecchiando?

Sabato sera, dopo mezzo chilo di gnocchi di patate surgelati conditi con olio, sale, formaggio e Tuc; mezza rosegòta; una bottiglia di Primitivo di Manduria da 14%; una di Bardolino da 11.5% e qualcos'altro che non ricordo, non mi sentivo tanto bene.

sabato 13 dicembre 2008

«Di qua, di là, di su, di giù li mena»

Siccome ultimamente ho perso gran parte della vena mulesca, ma ho tante cose che mi piacerebbe lo stesso scrivere, per limitare la confusione (vostra, mia) ho pensato che sarebbe sensato aprire uno spazio per scrivere quelle cose che corrispondono ora al mio mood.
Se proprio non potete fare a meno di leggermi (ma solo in questo caso), potete curiosare di là. (Ho anche messo il link a sinistra.)

lunedì 8 dicembre 2008

Lutto

Ho appena scoperto una cosa terribile. Quest'anno, il 15 settembre, è morto Richard Wright. E' stato uno dei miei eroi. Lo voglio ricordare con il suo capolavoro. Grazie Rick.


domenica 7 dicembre 2008

Conte philosophique

UzZio mi dice ok per uscire sabato sera a Padova però (i) vorrebbe tornare per le due e (ii) non può bere a causa dei piccoli acciacchi tipici di chi come lui ha una certa età. Io tento di convincermi che in fondo non si esce per bere ma per stare in compagnia, compro una bottiglia di spumante Bosca e vado a casa sua. Come volevasi dimostrare, ci beviamo la bottiglia e poi usciamo. La voglia di sbronzarsi è ai massimi storici.
Dove si va? E' passata mezzanotte quindi in centro non c'è nulla di aperto. E poi non vogliamo un locale, vogliamo qualcosa di più movimentato. I locali fuori dal centro li conosciamo molto poco perché zia Padova ci ha sempre tenuto stretti al seno.
Andiamo al Fata Verde, e scopriamo che bisogna pagare otto euro per la tessera ASI e la consumazione non è compresa. Non siamo abbastanza ricchi per poterci permettere una cifra del genere.
Deviamo allora sul Banale. Al Banale saranno almeno cinque anni che non ci torniamo, quindi siamo un poco emozionati. Siccome è stato un luogo-culto dei nostri anni ruggenti, vederlo chiuso o profondamente cambiato sarebbe come trovarsi di fronte alla nostra tomba profanata.
- Ti avverto, se è chiuso incomincio a sentirmi molto vecchio, - dico senza troppo badare ai congiuntivi.
Per fortuna non è chiuso né cambiato. E si chiama ancora Banale, il che per un nominalista come me è molto confortante. Però bisogna pagare 10 euro per la tessera senza la consumazione compresa. Per carità, la consumazione non è neanche obbligatoria, ma siamo poveri e stasera entrare in un posto senza bere sarebbe una bestemmia; soprattutto se quel posto è il Banale, insomma, non so se mi spiego.
Viriamo allora sul Pachuca. In realtà nel corso del tempo ha cambiato diversi nomi ma noi lo chiamiamo sempre Pachuca perché quando ci andavamo si chiamava Pachuca.
Chiediamo ai gorilla se bisogna farsi la tessera per entrare. No no, dice il gorilla più grande, ingresso libero. Bisogna solo prendere la drink card con consumazione obbligatoria. Dopo i fallimenti di prima siamo oltremodo contenti.
Ora il Pachuca si chiama Civico 18, che al giorno d'oggi è il tipico nome di certi locali dove si balla. Il locale è bello e ci sono tante belle ragazze dentro.
Come prima cosa per ambientarci ci beviamo un bel Quattro bianchi alla goccia. Direi che va bene. Che stecca. Dobbiamo riportare le giacche in macchina perché dentro è troppo caldo e il guardaroba costa tre euro. Per uscire bisogna pagare. Andiamo alla cassa. Mostriamo alla tizia le drink card timbrate e lei ci dice il prezzo. Nel frastuono generale io capisco "Quarantasei euro".
- Scusa, non ho capito, - le dico.
- Quarantasei euro, - mi ripete più forte.
Io devo aver fatto una faccia del tipo: "Ehi bimba mi vuoi pigliare per il culo? Quarantasei euro per due cocktail? Smettila di scherzare, non è divertente".
Lei allora mi mostra il listino che è lì appeso. Prima consumazione ventitré euro. Io e UzZio sbianchiamo in viso. Abbiamo rifiutato di spendere cifre molto inferiori a questa. I soldi escono dal mio portafoglio con una lentezza al cui confronto Eric Clapton è Al Di Meola.
E con lo shock quel poco di sbronza ci è passata del tutto. Vabbè, abbiamo fatto 30 facciamo 31, ci prendiamo altri due Quattro bianchi ("In tutto otto bianchi", ho detto alla barista). Seconda consumazione otto euro, vi pigliasse lo scagotto a voi e a tutti i cagasoldi che possono permettersi di venire qui.
Conclusione: non dovevamo bere e ci siamo sbronzati di brutto; dovevamo tornare alle due e sono tornato a casa alle sei.
Bella serata, nonostante i trenta euro dati al vento.

venerdì 28 novembre 2008

"Lugete, o Veneres Cupidinesque"...

venerdì 14 novembre 2008

A Sabrina, che ha fatto la sua scelta

...scrivimi...

mercoledì 5 novembre 2008

Quattro sensazioni

Ho voglia di scrivere un post. Cioè, voglio dire, ci sono molti post in particolare che vorrei scrivere, e che magari un giorno scriverò pure, ma adesso ho voglia proprio di scrivere un post, così, in generale. Voglia di trovarsi di fronte alla pagina bianca del blog e pigiare i tasti. Succede anche a voi, eh?
Mi è venuta voglia questa sera in macchina mentre tornavo a casa da Padova. Sono uscito con Tomix e UzZio, una cosa tranquilla. Guidavo e guardavo una Padova tutta vuota attorno a me.
La prima sensazione che ho avuto è stata non la nostalgia, ma l'orgoglio. Non so bene come spiegarlo; ci provo. Ci sono molte cose di cui non sono per nulla orgoglioso: cose che ho fatto, cose che non ho fatto, eccetera; ma sono orgoglioso dei cinque anni che ho passato a Padova. Perché se non altro qualcosa di perfetto nella mia vita l'ho fatto. Lì probabilmente non ho avuto una vita più interessante di quella di qualsiasi altra persona: ma provo un amore talmente grande per quegli anni che mi sento orgoglioso di averli vissuti proprio io.
La seconda sensazione che ho avuto è che quell'amore è lo stesso amore che sento per Sabrina.
La quarta sensazione che ho avuto è che quell'amore è immenso e non potrà spegnersi mai.

lunedì 3 novembre 2008

A volte...

A volte costruiamo un mondo solo perché domani ci possa sorgere il sole.

giovedì 30 ottobre 2008

Pensiero per un amico che si laurea

Ogni mio compagno che si laurea è come una croce nella memoria; come un altro piccolo soldato caduto sulla strada per domani.
Le lauree di ogni mio compagno segnano la fine di una qualche epoca in cui le cose stavano in un certo modo. E' come se morisse - o meglio, scomparisse - un piccolo brandello di me che ancora viveva lì, in quei luoghi che ormai non mi appartengono più.
Oggi che termina anche la tua avventura, Teo, frana un'altra piccola sponda del mondo che ho vissuto per tanti anni. Gli anni più belli che abbia avuto.
Sai, io non conosco cosa ci riserva il futuro; e non mi interessa. Perché vedi, non dobbiamo sapere chi saremo, ma chi siamo stati. E noi - possiamo dirlo - lo sappiamo perfettamente. Vorrei solo che tu sappia che io sono orgoglioso di essere stato tutto ciò insieme a te; sono fiero di aver vissuto quel mondo al tuo fianco.
In bocca al lupo, Teo, davvero, per ogni cosa.
Con tutto l'affetto, il tuo amico
Fili

mercoledì 29 ottobre 2008

Domanda

Quante altre volte dovrò morire prima di poter farlo - finalmente, e questa volta davvero - insieme a te?


lunedì 27 ottobre 2008

Pausa

Libero finalmente dagli impegni della laurea è comprensibile che ora abbia voglia di scrivere un po' di me, di quello che faccio, con tutta la calma che serve; per lo stesso motivo, d'altro canto, nonché per altri forse più importanti, è altrettanto comprensibile che ora non ne abbia la forza.

lunedì 13 ottobre 2008

Vigilia

Questa mattina ho trovato Jennifer su Facebook e ci siamo messi a commentare una nostra foto di gruppo del primo anno.
Sì, effettivamente ora che finisce tutto ci si lascia un po' prendere dai ricordi. Non dico dalla malinconia, perché era anche ora che questa cosa finisse: ma dai ricordi un po' sì.
Un bel respiro, uno scorrimento veloce di tutto quello che è successo, uno alle persone che non ci sono più, e poi il primo passo e si entra dentro.


mercoledì 8 ottobre 2008

Di adroni, UFO e altre sciocchezze

Lunedì ho stampato le mie centocinquantotto pagine di tesi, le ho portate all'Imprinta per rilegarle e poi ho consegnato il tutto in Segreteria, dove mi hanno detto che è tutto a posto e che devo solo aspettare lunedì per laurearmi.
«Sé sé, crédaghe ai ufi» si dice dalle mie parti in questi casi. [letteralm.: Sì sì, credi pure agli UFO.]
Appena liberatomi di quell'orrendo mattone cartaceo improvvisamente un pondus non indifferente (e non sto parlando di kg o altre cose esprimibili col sistema metrico) mi si è tolto di dosso. Allora io e Michele, lui pure lì a consegnare il suo di malloppo, abbiamo preso e ci siamo rifugiati al bar di Economia. De Gregori parlerebbe di «contare il tempo con gli aperitivi»; io parlerei piuttosto di iniettarsi uno sprizzetto dopo l'altro direttamente endovena. Poi siamo andati da Roby a carburarci con qualche «liquore generoso» e qualche leccòrnia impanata e fritta.
Bei discorsi, fatti bene. Bello, bello.
Salutatici, ho preso Ricky, ho preparato carbonara come piovesse mentre scorrevano fiumi di birra, poi siamo andati al Byre a completare la gaia opera etilica. Che bello non essere in tesi per mezza giornata: sembra proprio un'altra vita.

Il giorno dopo, per tornare al tema ufologico anticipato sopra, ho giojosamente scoperto che la mia laurea è stata spostata al giorno dopo, martedì; n-mila persone si erano prese di riposo il lunedì e quindi non potranno venire; inoltre la mia laurea fitterà simpaticamente con la sua e quindi ciao anche agli amici di Padova. Come se non bastasse, ieri sera ho perso tre ore e mezza di lavoro perché Power Point (leggasi Guglielmo Cancelli) è una ciofeca che non salva le modifiche quando glielo chiedi.
Conclusione: io m'aggio posto in core a dio servire per poter un giorno andare lassù e spaccare il culo a qualcuno.

Questa mattina sono andato alla SISSA per provare ad entrare al MCS, che non è il Maurizio Costanzo Show bensì questa cosa qui. Ci hanno messo tutti nell'auditorium e come da previsione non c'era nessuna tipa carina tranne un paio di interessanti eccezioni. C'erano otto temi di attualità scientifica; bisognava sceglierne uno e per quello produrre un articolo di due cartelle (una parola in più e il cecchino della SISSA ti sparava in fronte) corredato di titolo e sommario. Quando ho scoperto che un argomento era LHC ho pensato: che culo, qui sono a casa.
Ho scritto il mio articolo, resistendo alla forte tentazione di farne un editoriale (cosa equipollente a un suicidio), e ci ho messo come titolo «Al Cern in bilico tra Genesi e Apocalisse». Non so come possa essermi venuto in mente un titolo del genere, ma è l'unico che mi è venuto in mente.
Ora sono in H3 a tentare di finire la presentazione in Power Point della tesi. Sto ascoltando a ripetizione questa canzone di cui mi sa che mi sto invaghendo. Fuori è una giornata di luminoso nitore, fa caldo e non serve la giacca; gli alberi sono rossi rossi e le ragazze sembrano tutte innamorate.

giovedì 2 ottobre 2008

Fotoromanzo

Sono stato un po' di giorni malato, ed è per questo che non ho scritto nulla da una settimana a questa parte.
Nel frattempo Ema_TS mi ha finalmente spedito le foto della gitarella in Val Rosandra di qualche domenica fa, quando era ancora estate. Eravamo io, Ema e Alberto.
Camminando camminando camminando, siamo arrivati al confine tra Italia e Slovenia. Come saprete, quel confine è stato in certi periodi storici particolarmente problematico. Il confine è stato aperto e ora ne è stato fatto simbolicamente un "sentiero dell'amicizia"; che fa presto a diventare un "sentiero della zia". Vediamolo assieme.
Divertente, vero? Nel rispetto di tutti, ecco la versione in sloveno.Ah ah ah.
Beh, dovete sapere che lì il confine è segnato solamente da delle piccole transenne rosso-bianco-blu. Al di là (per chi come noi veniva dalla parte italiana) di esse c'è ancora il rudere della vecchia casa doganale. Ecco come doveva apparire anticamente la scena del tentativo di fuga da parte di un malandrino che sfruttava la (momentanea?) distrazione del doganiere.Confesso che ci siamo lasciati prendere dal plot narrativo. Ci siamo quindi divertiti a creare una piccola vignetta.
(Il fuggitivo tenta vilmente e furtivamente di scappare oltreconfine, ma il prode doganiere realizza con maschia prontezza l'incresciosa effrazione.)
(Il doganiere, sprezzante del pericolo, scende a rimettere ordine, e in tutta risposta il fuggitivo tenta delle vaghe e inconsistenti apologie.)(Il doganiere non si lascia abbindolare dalle scuse del fuggitivo e lo afferra con una mossa fulminea, neutralizzandolo.)

(Ma ecco che il fuggitivo dà prova della sua scaltrezza e, quando sembrava proprio impossibile una buona fine per lui, ricorre con scatto felino alla fuga in territorio straniero, che semina il doganiere ormai incapace di far valere la legge.)

Vi è piaciuta la vignetta? Beh, indovinate com'è andato a finire il tutto...